Il far musica insieme - Redazione CDM Ars Nova PDF Stampa E-mail
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Il far musica insieme

testo prodotto dalla redazione del Centro di Documentazione per la Musica dell'Ars Nova


La pratica del far musica insieme è viva (nonostante distinguo più o meno artificiali) nei salotti nobiliari o borghesi del settecento o nei garage e nei cantinati degli anni settanta-ottanta del novecento e anche oggi. Con approcci differenti i musicisti amatori (o dilettanti che dir si voglia) dell’epoca delle monarchie assolute e quelli dell’era dei computers si riuniscono per il piacere di produrre musica, di maneggiare in prima persona la viva materia sonora.
Una ragione è, forse, che questa pratica, prima che diventi arte, costituisce un’opportunità espressiva individuale e di gruppo, che mette in gioco la persona nei terreni di confine tra la corporeità e l’emotività, tra la prassi e la ragione, tra il pensare ed il fare. Non è strano, perciò, che, nel tempo e a tutt’oggi, il mettersi insieme per fare musica sia un’attività che coinvolge molto i giovani.
Nella storia della pratica musicale d’arte - e non solo - il Quartetto come gruppo di strumenti e strumentisti riuniti, si è affermato come insieme ottimale di riferimento per l’esecuzione e per la composizione musicale. Dal quartetto d’archi al quartetto vocale, dal complesso jazz al gruppo rock e pop - con le differenti composizioni dell’organico - la formazione a quattro risulta tra le più efficaci per fare musica. Ogni tipo di quartetto, infatti, comprende nell’insieme strumenti dal registro grave e strumenti dal registro acuto, rendendo disponibile ai musicisti una amplissima ed equilibrata ‘tavolozza di suoni’ da utilizzare. Nel ‘dialogo’ tra i quattro strumenti (o voci) la componente timbrica, quella ritmica e quella melodica e la trama armonica possono essere tutte efficacemente esplorate e messe in gioco.
Mozart ha composto due quartetti con pianoforte - genere relativamente raro durante il periodo classico viennese - dei quali il Quartetto in mi bemolle è il secondo. Il primo biografo, Georg Nissen, riporta che Mozart stipulò un accordo con l'editore viennese Hoffmeister per la pubblicazione di tre quartetti con pianoforte. Il primo (Quartetto in sol minore, K. 478), pubblicato tra la fine del 1785 e l'inizio del 1786, è un lavoro di notevole complessità che non ottenne il successo sperato nel mercato amatoriale, cui tale genere di musica da camera era diretto. Le scarse vendite indussero Hoffmeister ad abbandonare il progetto e a pagare Mozart per il lavoro che aveva pubblicato, con la condizione di annullare la seconda e la terza opera. Come mai Mozart, che raramente compose senza uno scopo concreto, abbia scritto un secondo lavoro, non è chiaro. Come in precedenti lavori, nell’opera c’è qualche concessione alle esigenze del mercato dei dilettanti, e la spiegazione più probabile è che lo abbia composto per presentarlo nei propri concerti. Questo, probabilmente, è stato il quartetto proposto da Mozart a Praga nei primi mesi del 1787, nei giorni in cui il compositore assistette al trionfale successo di Le nozze di Figaro nella capitale della Boemia.
Come quello in sol minore, il Quartetto mi bemolle giustappone abilmente una scrittura da concerto per il pianoforte con intrecci più cameristici. Si articola in tre movimenti, con un Allegro in forma-sonata, seguito da un Larghetto con un estatico dialogo tra pianoforte e archi, e da un Allegretto, caratterizzato dal vivace scambio di materiale tra pianoforte e archi, che conclude il lavoro.
Guardando indietro nel 1922 Fauré ha osservato che "La realtà è che prima del 1870 non avrei sognato di comporre una sonata o un quartetto. A quel tempo un giovane musicista non aveva alcuna possibilità di aver eseguite tali opere. È stato solo dopo che Saint-Saëns aveva fondato la Società Nazionale di Musica nel 1871, la cui funzione principale è stata quella di eseguire le opere di giovani compositori, che mi misi al lavoro." L'incoraggiamento dato ai compositori francesi dalla Société Nationale de Musique è evidente, con Saint-Saëns, Fauré si trovò insieme a Franck, d'Indy, Duparc, Lalo, Massenet (tra gli altri) nella creazione di questa organizzazione di concerti che contribuì a rompere la morsa dell'Opera sulla vita musicale francese, e portò all’attenzione dei francesi la musica sinfonica e da camera, favorendone l’inserimento nel patrimonio della cultura.
Diversi elementi del primo quartetto con pianoforte di Fauré ne fanno un importante punto di svolta. Prima di tutto la sicurezza nella gestione della forma, l’abilità meticolosa nel dialogo tra le parti, la ricchezza e la personalità del suo materiale melodico, e l’infallibile scrittura per pianoforte. Del quartetto colpisce soprattutto il tono ‘urbano’ (l'epiteto usato per Fauré), che George Bernard Shaw ha reso esplicito osservando che "Da Mozart ho imparato l'arte di dire cose importanti in tono colloquiale". Il Romanticismo e il suo eroismo dolente sono lasciati alle spalle in questo lavoro.
Il primo movimento è caratterizzato da una fluente fusione di energia e lirismo. Lo Scherzo sorprende con l’allegra fantasia di un moto perpetuo su pizzicati. L’Adagio dimostra che una grande passione profonda non è incompatibile con l'equilibrio e la purezza della linea classica. E l’impennata dell’Allegro molto, bilanciata con grande grazia tra tonalità maggiore e tonalità minore conclude il tutto con riflessi di allegria.
Brahms compose la prima versione del lavoro - che diventerà il suo terzo Quartetto con pianoforte op. 60 (cui è spesso legato il sottotitolo "Werther") - a Dusseldorf nel 1855-1856. La prima versione fu resa nota in concomitanza con le prime bozze per i primi due quartetti con pianoforte, op. 25 e op. 26, e fu accolta con entusiasmo da tutti i suoi amici più stretti, tra cui Albert Dietrich e Joseph Joachim. Tuttavia, mentre gli altri due lavori furono completati nel 1859 e 1861, l’op. 60 fu messo da parte, dato che né Brahms né i suoi collaboratori ne erano soddisfatti. Seguirono ulteriori ampie revisioni e il quartetto assunse la sua forma definitiva durante l'inverno del 1873-1874 a Vienna, con lievi modifiche apportate nell’estate successiva. Una lettera di Brahms, inviata con il manoscritto a Theodor Billroth contiene i seguenti enigmatici commenti: "il quartetto stesso mi ha comunicato solo nei modi più strani ... per esempio, l'illustrazione per l'ultimo capitolo con un uomo in tonaca blu e panciotto giallo." Questo fa riferimento, in maniera un pò obliqua, al Werther di Goethe, che Brahms ammirava. Il lavoro, nella tonalità generale di Do minore, riflette le turbolenze e i vacillanti dubbi che Brahms sentì così profondamente. Infatti, in nessun’altra delle composizioni da camera di Brahms esistono movimenti più cupamente oppressivi di questo primo, mentre il "nuovo" andante in mi maggiore è certamente una delle sue pagine più belle.

Parti del contenuto tratto da All Music Guide.
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